Memorie di un celoviek Bersagliere: Capitolo 4

20 dicembre: l’assalto alle linee nemiche a Meskov e la ritirata su Konovalov-Kalmikov

Sono le due di notte del 20 dicembre; domani, nel mondo cristiano la chiesa canta lodi a san Tommaso in attesa di festeggiare il giorno 25, la Pasqua santa. Un detto montanaro mi viene alla mente: per san Tomè (san Tommaso) il giorno cresce quanto il gallo alza il piè, considerato che per santa Lucia, il 13, si vive il giorno più corto che ci sia. Scienza e astronomia paesana, con necessità di rima, si avvicinano ma poi proprio così non è, ma fa lo stesso.
   Per ingannare il turbinio dei pensieri che si accavallano in mente e per non cedere al faticoso viandare, assieme al detto montanaro sussurro a mezza voce una antica tiritera che la mamma mi aveva insegnato, prima di andare a scuola, per prepararmi al santo Natale: il 2 santa Bibbiana benedetta, il 4 santa Barbara beata, il 6 san Niccolò che vien per via, l’8 concezion santa Maria, il 13 ci dà santa Lucia, il 21 san Tomè la chiesa canta e il 25 vien la Pasqua santa. Aleci, preoccupato, mi chiede se sto recitando il santo Rosario per purgare una parte dei peccati commessi.
Mezz’ora di meritato riposo; ci sdraiamo sulla neve e il duro giaciglio innevato ci sembra un morbido prato fiorito. Nessuno parla; il silenzio è profondo e nella mente di tutti noi passano come un turbine ricordi e ricordi di giorni felici, visioni di persone care, ombre fugaci che subito si perdono nel buio della notte e fra i timori che stringono i cuori. Il riposo è turbato dallo sforzo non lieve di vincere il sonno, che è tanto come la fatica, ma tutti sanno che nella steppa addormentarsi o solo assopirsi vuol dire morire. Ogni tanto da un gruppetto di bersaglieri si elevano al cielo le note di una nostra canzone ma il canto, quasi subito, così come è nato si spegne e si perde lontano portato dal gelido vento del nord che ha ripreso a soffiare. In lontananza, il cupo tambureggiare ovattato dell’artiglieria ci segue; in alto, molto in alto, un grifo d’acciaio volteggia in cerca di prede; vicino, un lamentoso ululato di un lupo affamato, o in amore, ci ricorda dove siamo.
   Si riparte, e più duro è l’inizio del viandare dopo la sosta. Un autocarro tedesco centrato e sventrato s’intravede, al tenue chiarore del riverbero della neve, lungo la strada; poi un altro e un altro ancora. Anche un’ambulanza, coi miseri resti di due soldati a pezzi, è adagiata su un fianco; poco più avanti un grosso carro armato russo, un T-34, sta ancora bruciando. Forse è lui l’autore del colpo di mano sulla colonna tedesca in marcia, punito poi da un 88 che difficilmente perdona.
   Larghi squarci di sereno appaiono tra le nubi dense e minacciose che corrono in cielo veloci sospinte dal vento che soffia violento; il freddo è tanto, la stanchezza pure, ma ancora si avanza; a denti stretti, però, e consapevoli che fermarsi vuol dire morire.
   Ore 3; una piccola sosta per riprendere fiato, poi via di nuovo. Ci stiamo avvicinando al bivio ben noto: a sinistra si va verso Meskov, a destra verso Kalmikov, paesello che ci consentirà di recuperare un po’ di forze prima dell’assalto finale. Tra l’incerto chiarore della neve e di un pallido raggio di luna s’intravede in lontananza un grande capannone semidistrutto. Finalmente! Dietro quei ruderi la strada, breve, ci condurrà alla meta prescelta per la sosta. Forza ragazzi, oramai siamo giunti, tra poco si mangia, si beve, si dorme e si sogna.
   Ma cosa sono quelle ombre che si accalcano attorno ai muri perimetrali ancora in piedi di quel grande caseggiato? È forse uno scherzo della fata Morgana, un miraggio, un’aurora boreale o un semplice inganno degli occhi ormai stanchi? La colonna si ferma; lo sguardo di tutti è rivolto verso quel punto della steppa dove qualcosa di strano sta accadendo; cosa sia nessuno lo sa ma certamente non è una allucinazione collettiva che ci fa vedere fischi per fiaschi. No, no non ci sono più dubbi; sono loro, sono uomini veri, sono i russi che ci aspettano, e si muovono, e sono in molti perdiana.
   Un ordine passa da reparto a reparto:
   “Tutti a terra e pronti, dobbiamo attaccare e passare oltre, per forza”.
   Le ombre sembrano moltiplicarsi, sdoppiarsi e certamente anche loro ci hanno avvistato. Infatti stanno aprendosi a semicerchio dietro le macerie per sbarrarci la strada e chiuderci nel mezzo. Sappiamo bene, entrambi, che l’unica possibilità per andare avanti è percorrere la strada; deviare a sinistra o a destra per aggirare l’ostacolo è pura follia perché avanzare nella steppa innevata, ghiacciata e col freddo che fa significa dopo poco tempo stramazzare al suolo uccisi non da un proiettile ma dallo sforzo sovrumano dell’arrancare.
   Lascio il plotone al sergente Cappellaro e mi avvio con Puce, Spada, Daghini, Sica, Pucci e il capitano Checchini a rapporto dal capitano Spinosa, il comandante del battaglione. Ordine: i primi due plotoni della 2a Compagnia si portino a una cinquantina di metri dal capannone e poi via, all’assalto; la 1a Compagnia di rincalzo. Un’azione rapida, decisa, senza preparazione di fuoco, senza esitazione e con tutta la forza che ancora possediamo; non possiamo fermarci.
   Le squadre lasciano la pista e gli uomini, curvi, si allargano in ordine sparso, a fianco l’uno con l’altro. Chi sprofonda nella neve alta ammassata dal vento, chi scivola sui lastroni ghiacciati, comunque tutti si portano verso una linea orizzontale da dove scatterà l’assalto finale. Sdraiato sulla neve in attesa che i bersaglieri delle squadre si siano spiegati e riuniti vedo, svolgendo lo sguardo all’indietro, le piume nere sugli elmetti fremere alle folate del vento; le baionette dei fucili, quando incontrano un raggio di luna, emettere un tenue luccichio. A sinistra e a destra del nostro schieramento le Breda 37 e i fratelli minori sono già piazzati per coprirci col loro fuoco. Chissà poi perché i russi non hanno ancora aperto il fuoco su noi che già siamo a tiro? E quel gruppetto di gente sulla sinistra del capannone, più intento a discutere che a sistemarsi in difesa, che cosa significa? Mah! Più passano i minuti più cresce la nostra perplessità.
   Una voce urlata da uno del nostro gruppo chiede a squarciagola:
   “Ruski?”
   “Niet”, risponde qualcuno dal capannone, “italianski”.
   “Anche noi siamo italiani”, rispondiamo in coro e un comune pensiero vola verso il cielo; grazie Signore, grazie per averci evitato di uccidere, o d’essere uccisi da nostri fratelli.
   Sono fanti piumati del XXV Battaglione del capitano Zenoni. A salti, a traballoni, con tanti scivoloni superiamo il breve tratto che ci separa dal capannone e siamo fra gli amici; ci abbracciamo commossi, felici che sia finita così.
   “Te lo dicevo sempre, vecchio e caro capitano Zenoni, che un giorno, prima o poi, ti avrei scambiato per russo a causa di quella arruffata montagna pelosa e rossastra che incornicia il tuo volto e quel venerabile capo”.
   “Ricordo, Bruno; noi, invece, eravamo certi di avere di fronte quei rammolliti cosacchi appiedati. Pensi, amico, che riusciremo a passare? Questa volta, non so spiegarmi il perché, ho un gran timore addosso, sento che qualcosa di grave sta per accadermi. È tutta la notte che non riesco a fugare dalla mente e dagli occhi l’immagine dei miei piccoli bimbi; durante le soste, poi, mi pareva di sentire la mano di mia moglie stringere forte la mia mentre mi sussurrava all’orecchio: fai presto, cammina più in fretta, corri se puoi o sarà troppo tardi, o mai più ci rivedremo”.
   “Ohe! Capitano, torniamo proprio adesso fanciulli? Fuggi i tristi pensieri e pensa che Meskov ci attende, e spera; speriamo che tutto si risolva nel meglio. E che Iddio ti aiuti, e ci aiuti”.
   Abbraccio il capitano con l’affetto e la stessa ammirazione di sempre e stringendogli la mano vedo i suoi cari lontani, i miei cari e… sento una grossa manata sulla spalla:
   “Te qui anche ti?”
   “Ciao, Ugo, che ci fai sulla steppa di stoppie? Come ti va, crucco?”
   “Bene, ma ze mancà un pelo eh, Bruno?”
   “Già, un pelo di barba novella, Ugo. Comunque se avessi saputo che avevo davanti i tognini testoni avrei sparato subito”.
   Ti ricordo così, caro, rude e sincero amico collega, bravo comandante di un altro plotone bersaglieri del Terzo.
   La marcia riprende lenta, faticosa, monotona; le ore son lunghe come le corte giornate, i minuti scorrono lenti pari alle interminabili ore; ogni passo fa scricchiolare la neve che sembra di vetro. Al freddo, ch’è tanto, alla grande stanchezza s’aggiunge ora il sonno ch’è greve. Quel poco di opaco bagliore emanato dal riverbero della bianca distesa sta svanendo; fra poco, dal buio più buio, nascerà l’alba di un giorno qualunque ma che poi non è tale. I boati che si odono in lontananza ci scuotono; impediscono alle palbebre di stendersi, stanche, sugli occhi arrossati e gonfi e ci evitano di dormire camminando.
   Ecco là, e non rompe da ponente alla montagna bensì da est, da oriente e sulla steppa, l’alba che nasce. Prima un incerto chiarore su nel cielo, poi l’aurora che precede il sorgere del sole; è il giorno 20 che avanza, che arriva col sapore di morte e forse di pace per molti di noi. La nostra colonna è ancora salda, compatta, ben ordinata; nessun cenno di sgretolamento si nota lungo il tortuoso cammino dei reparti che si snoda sulla gelida, piatta distesa ghiacciata. La luce che si fa strada fuga in parte il sonno e la stanchezza. Meno trenta? Chissà; però il freddo è pungente; il marosc si fa appena sentire.
   Appare in lontananza una macchia nerastra e informe che si staglia sull’opaco candore della steppa ancora assonnata; col cannocchiale distinguiamo chiaramente l’agglomerato di isbe che dà vita al paese di Kalmikov. È un sussulto del cuore, la gioia per tutti, la speranza che si rinnova. Con un pugno di neve cerchiamo di alleviare il fastidio degli occhi gonfi e arrossati ma al contatto della pelle coi piccoli cristalli di ghiaccio ci sembra di ricevere in faccia la solita manciata di spilli. Con la luce che a oriente cresce si attenua anche il buio; svaniscono, con la notte che muore, le care immagini rievocate durante il faticoso arrancare per dar sollievo alla mente e al cuore; si dissolvono quelle amate ombre che ci hanno accompagnato per mano durante il penoso arrancare. Dense e veloci nubi si rincorrono in cielo spinte dal gelido marosc che negli alti strati dell’atmosfera ha ripreso a soffiare e si trascina dietro le nostre dolci chimere e i sogni cullati da una illusione che ormai non è più.
   Abbiamo raggiunto il punto più alto della piccola balka e ora la ricorrente, spoglia visione del solito paese russo ci appare: una lunga e dritta via in terra battuta ornata da grosse pozzanghere ghiacciate; due file di isbe ai lati, il pozzo al centro, qualche betulla sparsa qua e là e il grande capannone del Kolkos o Sovkos; nient’altro. Tra poco assaporeremo il noto puzzo, o tanfo, che inonda il vasto locale dell’isba dove, al centro, troneggia la grande stufa che bruciando lo sterco emette tepore dintorno. Sì, puzzo odoroso. Provate, gente, a patire un freddo cane e capirete perché il puzzo di cacca, se questa emette calore, vi parrà un soave profumo di viole.
   Alcune pattuglie si portano in avanti per esplorare il villaggio e sventare in tal modo spiacevoli sorprese. Con tristezza notiamo che dalle balke vicine scendono verso il paese gruppetti di soldati sbandati; dall’elmetto e dal cappotto grigioverde l’identificazione è certa: sono soldati fratelli, forse i resti di reparti scontratisi coi russi e appartenenti ad altre divisioni ritiratesi dal Don. Cupe visioni, segni inconfondibili di una disfatta iniziata o forse all’ultimo atto; guardando dietro di noi ci rincuora la compattezza della nostra colonna. L’ultimo tratto in leggera pendenza è stato percorso e ora imbocchiamo la strada che attraversa Kalmikov.
   Ogni compagnia occupa un settore ristretto dell’agglomerato di case; un po’ di riposo è a portata di mano; gallette e scatolette per un modesto pasto pure; qualche sigaretta non manca. È mezzogiorno nell’isba e fuori; sdraiati per terra, cioè sul pavimento delle catapecchie, con lo stomaco sazio, con una temperatura che al confronto dei venti o trenta sotto zero pare quella di una giornata afosa d’agosto nel nostro paese, il sonno vince tutto e tutti e solo le sentinelle vegliano. Che bello, ma per poco!
   In piedi e prepararsi a partire; pochi chilometri ci separano da Meskov e tra un paio d’ore saremo arrivati alla meta. Un ultimo controllo alle armi, un pensiero che per un attimo corre lontano lontano e subito ricomincia quel disperato desiderio di combattere e farla finita con la snervante attesa dello scontro finale.
   Finito il rapporto ufficiali torno al mio plotone, già pronto per la partenza, con le parole del comandante che mi ronzano in testa e mi esaltano. La visione di quell’uomo impassibile, eroico, calmo, che fa di tutto per nascondere la bontà d’animo che gli batte nel cuore ma mal ci riesce, ci ha infuso speranza e coraggio, forza e fede:
   “Signori ufficiali, dobbiamo a tutti i costi attaccare; il Terzo lo chiede, il Terzo lo vuole. E domani, il sorgente nuovo mattino possa annunciare alla nostra Patria tutta che a Meskov giunse il 3° Bersaglieri, splendido anche nelle tempeste, forte e ammirevole nelle battaglie, a nessuno secondo. E a Meskov passò o finì il più bel reggimento d’Italia, quel reggimento che mai ha contato i suoi morti, che mai ha misurato il sangue versato, che mai ha chiesto ai suoi bersaglieri sacrifici di sorta perché sempre, dai suoi fanti piumati, gli furono offerti. E anche quando sopraggiunsero con le prime ombre della sera triste e grigia, le ore terribili e angosciose del suo ultimo giorno, anche in quelle ore gravi quando le anime dei miseri tremano e le fedi degli imbelli si piegano, gli spiriti crepuscolari s’interrogano e le passioni dei vili vacillano, il Terzo mai dubitò dei suoi uomini e tutto immolò su quell’altare sacro che ha per nome Patria”.
   Ha inizio l’avvicinamento al nemico. La 2a Compagnia all’avanguardia del XVIII Battaglione, il mio plotone con essa. Le squadre avanzano affiancate, in ordine sparso non soltanto sulla pista ma anche ai suoi margini e pian piano si spargono a ventaglio sulla piana distesa della steppa prospiciente la cittadina di Meskov. I plotoni vicino ai plotoni, i battaglioni pure e su un’unica linea: Diciottesimo, Ventesimo, Venticinquesimo. Le pattuglie esploranti, a circa duecento metri dal grosso, sono giunte vicino ai piedi della balka dove è ubicata la piazzaforte che dobbiamo espugnare; sulla sommità della modesta altura si vede stagliarsi nell’opaco chiarore il grosso caseggiato che una volta doveva essere la chiesa. S’odono in lontananza i primi spari mentre il mesto sole, che ogni tanto fa capolino tra una nube e l’altra, ha già imboccato la via del tramonto portandosi dietro l’ultimo guizzante barbaglio di luce che sta spegnendosi sulla immensa, piatta distesa gelata della steppa. Di pari passo i nembi densi e cupi della incipiente sera che imbruna attraversano l’orizzonte nebbioso e infuocato di Meskov.
   La marcia sulla neve è dura, lenta, estenuante ma gli uomini, curvi, avanzano sempre. In qualche punto del piatto terreno, battuto dal vento, si procede alla meglio, tra sobbalzi, scivoloni e cadute, su un liscio lastrone di ghiaccio; in altri tratti si arranca e si sprofonda nel manto nevoso fino alle ginocchia.
   Il cappellano militare, il caro don Bonadeo, si è portato innanzi a tutti e con un segno di croce e una voce tonante benedice i bersaglieri che muti, con gli occhi a lui rivolti, gli sfilano dintorno:
   “Io vi assolvo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo”.
   Quanto bene ci fanno quelle parole; che pace infondono a tutti.
   “Aleci, se casca il mondo, che facciamo stavolta?”
   “Ci facciamo un poco più in là”.
   “E se ci becca una palla?”
   “Allora ci facciamo un poco in su, comunque tocchiamoci giù”.
   Vicino al mio plotone avanza quello di Puce. Gli ho urlato di guardare Meskov col cannocchiale fregato ai russi; mi ha risposto con delle boccacce e puntandomi contro il parabellum, fregato pure agli stessi cosacchi del Don.
   Abbiamo lasciato alle spalle il leggero pendio della collinetta ed ora avanziamo sulla piatta distesa che termina alle pendici della balka dove è ubicato quel maledetto ostacolo che dobbiamo superare. Sulla nostra destra il cielo ormai spento all’improvviso si squarcia e s’accende di lampi infuocati; il tuono sordo, rotolante, vicino dei cannoni, delle Katiuscia e i tonfi dei mortai rompono il silenzio che ci circonda. Il crepitio più attutito delle mitragliatrici, dei mitragliatori e il ta-pum dei fucili fanno eco a quel frastuono che è nato. Le scie luminose delle traccianti solcano il cielo e si spengono sulla steppa abbagliata. Sempre sulla destra del nostro schieramento i razzi illuminanti, lanciati dai russi per meglio vedere i bersagli, dopo lo scoppio e la vampata in cielo, scendono lenti, dondolanti e infuocati verso la terra spargendo dappertutto un irreale, biancastro chiarore che pare freddo chiarore lunare.
   Urla, grida, vociare confuso ma pure assordante accompagnano quel fragore infernale: la Legione croata, a fianco del nostro schieramento, è scattata all’assalto di Meskov. L’urlo di quei soldati, peraltro valorosi soldati, appanna un poco il brontolio delle armi che vomitano fuoco, fiamme e piombo sulla steppa. Il tiro di sbarramento dei russi raggiunge ben presto anche il nostro settore. Ogni tanto una accecante vampata rossastra, seguita da un secco schianto, s’accende sui nostri reparti che avanzano. Dintorno si odono grida di dolore, di aiuto e una sola parola invocata da chi è stato colpito: mamma. Dall’alto, oltre a qualche cristallo di neve, scendono su di noi frammenti di ghiaccio e di terra sollevati dalle bombe dei mortai che fanno il vuoto dove esplodono.
   “Signor tenente, il milanese è stato colpito al ventre e sta per morire”.
   Due miei bersaglieri sorreggono il soldato ferito e gli mormorano parole di coraggio. Mi chino sul caduto e gli stringo la mano che è già fredda, più fredda della neve che cade perché è un freddo di morte:
   “Addio, amico, ti lasciamo al Signore, noi andiamo avanti, per nessun motivo ci possiamo fermare; è necessario attaccare e possibilmente passare, altrimenti tutti cadremo e creperemo in questo inferno gelato. Avanti bersaglieri del Terzo, avanti oltre Meskov”.
   Alla luce dei razzi e degli scoppi vediamo stagliarsi nitida e sinistra l’ombra della vecchia chiesa che sovrasta la balka; degradante verso di noi l’agglomerato di case ed isbe difeso da linee fortificate tenute ben salde dal nemico. Luminarie, lumi, lumicini e ceri s’accendono, si spengono e si rinnovano qua e là, ma non sono luci di festa. Intorno a noi la steppa sembra un terreno vulcanico con cento e cento crateri che eruttano sprizzi di lava; pare una grande, immensa pentola in ebollizione e la neve che di bianco la copre ha lo stesso colore rossastro delle vampate e degli scoppi che da terra si elevano verso le nubi in cielo, anch’esse rosseggianti e sfavillanti insieme. I proiettili delle armi automatiche non si vedono, ma guizzanti sibili, più o meno vicini all’orecchio, ci fanno abbassare istintivamente la testa. E fino a che si avvertono tutto va bene; chi resta colpito sente solo una trafitta che gli lacera la carne in qualche parte del corpo.
   Si tenta di pensare a qualcosa, in questi frangenti, ma la mente non riesce a fissarsi su niente; manca il tempo e le sofferenze, il dolore, la pietà, la stessa morte, tutto è annullato da un inumano, perverso imperativo categorico: ammazzare e andare oltre la chiesa che muta ci attende.
   Il capitano Checchini passa nelle vicinanze del mio plotone; non lo vedo in faccia ma odo la sua voce che grida:
   “La Legione croata è stata respinta, quasi distrutta; l’assalto si è infranto sulla terza linea difensiva; elevate le perdite, tanto il coraggio, poche probabilità di riuscita nonostante alcuni reparti ancora combattano di casa in casa”.
   Giungono da lontano rumori di autocarri in movimento e anche lo sferragliare dei T-34; speriamo non siano rinforzi per i combattenti di Meskov ma colonne che sciamano in altre direzioni. Il mitra freme nella mano, il tascapane pieno di bombe aspetta; una parola passa di bocca in bocca, da reparto a reparto:
   “Baionetta, pronti per l’assalto”.
   Le baionette vengono disinnestate e distinto sento il tic-tac dei bottoni sganciati dai bersaglieri che mi seguono. Un colpo di mortaio ha colpito in pieno la II Squadra e tutti noi veniamo sbattuti in avanti come spinti da un grosso ceffone. Aleci è caduto, ma non è stato per fortuna colpito; è soltanto scivolato.
   “Che botta signor tenente, che tonfo ma il resto è intatto”.
   Dio sia lodato. Guardo indietro e vedo alla luce degli scoppi le sottili lame d’acciaio dei moschetti che emettono fiochi bagliori; le piume sugli elmetti garriscono al vento e i reparti, nonostante le notevoli perdite, sono ancora compatti e decisi allo scontro finale. Tutto il XVIII Battaglione avanza. Sulla nostra sinistra s’intravedono, al fugace chiarore che s’accende a ogni scoppio di bomba, tre isbe, tre casette che sembrano disabitate, vuote, senza segni di vita; a destra la periferia del paese è ormai poche decine di metri distante.
   D’improvviso, da quei tre tuguri, un fuoco d’inferno c’investe e s’abbatte sul nostro battaglione. Tre mitragliatrici, piazzate tra uno spazio e l’altro delle isbe, si distinguono chiaramente e vomitano a raffiche lunghe il loro rosario di morte; raffiche più brevi partono dai parabellum dei russi asserragliati dentro le case. È una vera tempesta di fuoco.
   Strisciamo sulla terra ghiacciata in cerca di qualche riparo contro quella grandine rovente, ma non incontriamo niente di niente. Se restiamo appiccicati al terreno è la fine per tutti. A pochi metri avanti, tra un lampo e uno scoppio, si scorge un rialzo della neve che corre uniforme e a lungo tra noi e le isbe; è alto circa una cinquantina di centimetri e probabilmente è un muretto di sassi, celato alla vista dalla coltre bianca, che i contadini hanno ammassato con cura durante l’aratura dei campi. Un altro similare elemento parte da quello orizzontale che tentiamo di raggiungere e corre in avanti verso l’agglomerato del paese passando di fianco, sulla destra delle isbe che ora paiono illuminate a giorno da tutte quelle vampate che nascono da quel centro di fuoco.
   I proiettili che si abbattono su di noi sollevano spruzzi di ghiaccio, di terra, di neve; molti purtroppo sono accompagnati da grida di dolore e da silenzi di morte. Quelli che colpiscono i sassi del provvidenziale muretto producono schiocchi sordi come colpi di frusta. La neve ammonticchiata dal violento marosc contro le pietre in certi tratti è alta come lo stesso muro; in altri tratti è stata letteralmente spazzata via dalle sferzanti folate di vento e il duro, gelato terreno è solo coperto da un velo di brina.
   Tutti i reparti sono riusciti, strisciando, ad attestarsi dietro l’insperato riparo. Molte macchie nere, immobili punteggiano, alle nostre spalle, la bianca distesa della steppa che abbiamo attraversato; gemiti e urla si confondono nel frastuono che è tanto. Qua e là, alla rinfusa e non con cadenza uniforme, scoppi e vampate di bombe che esplodono con lampi accecanti, specialmente quelle dei grossi mortai che scavano buche profonde sollevando per l’aria terra, gelo e corpi di vivi, di morenti e di morti. Bisogna sloggiare quei russi ad ogni costo; dobbiamo neutralizzare quei centri di fuoco che c’inchiodano a terra e non ci consentono di avanzare oltre.
   Raggiungo, strisciando sui gomiti e sulle ginocchia, il capitano Checchini che sta parlando con Spada, Puce ed altri colleghi ufficiali. Non c’è bisogno di tute mimetiche per confondersi col bianco della neve; gli indumenti, il viso, l’elmetto sono ricoperti di uno strato di brina che sembra farina appiccicata con la colla. I bersaglieri, dietro il provvidenziale riparo, rispondono al fuoco con tutte le armi; le mitragliatrici del plotone di Sica sono roventi ma i russi sono bene asserragliati e al sicuro.
   “Capitano, che facciamo? Se restiamo in questa posizione chi non crepa per una pallottola muore gelato”.
   “Lo so bene, ma andare all’attacco in questa precaria situazione e su questa maledetta piana senza alcun riparo è come andare al macello. Del resto, avanzare o ripiegare non fa differenza e più che correre possiamo arrancare sottoponendoci al tiro al bersaglio; aspettare l’aiuto dell’artiglieria o dell’aviazione è un sogno di mezza estate e inoltre i reparti degli altri battaglioni sono già impegnati nell’assalto al paese. Belle prospettive, e restare qui fermi vuol dire ugualmente morire”.
   “Signor capitano, se le isbe coi russi fossero una quindicina di metri più vicine potremmo tentare di sloggiarli con le bombe a mano, ma da dove ci troviamo è impossibile raggiungerli. D’altronde scavalcare il riparo e avvicinarsi al nemico significa farsi beccare come piccioni; però… però… strisciando lungo quel similare mucchio di sassi che corre a destra delle case, alla distanza di una trentina di metri e con un po’ di fortuna potremmo riuscire nell’intento. Signor capitano, tentiamo io, Aleci e il sergente Cappellaro. Passi parola ai reparti affinché non ci sparino addosso e faccia concentrare il tiro del plotone mitraglieri di Sica sul fianco destro dell’isba più vicina al muretto e poi… poi speriamo. Va bene?”
   “Certo, tenente, e che il Signore vi assista; ci assista. Ci rivedremo, se ve la caverete, alla chiesa di Meskov e lassù vi decoreremo con una bella medaglia d’argento sul campo. Arrivederci ragazzi”.
   “Das vidania a tutti”.
   Il sergente mi dice che andrebbe anche all’inferno pur di uscire dalla steppa; Aleci è d’accordo ma ha bisogno di un solo minuto per dire una parola a santo Donato.
   Sempre strisciando, e sotto un grandinare violento, ci portiamo al punto in cui i due provvidenziali muretti si intersecano ad angolo retto; lo spazio a sinistra è vietato, cioè porta disgrazia per il fatto che i russi ci vedrebbero subito, quello a destra invece ci occulta in parte alla vista. Se riusciremo a scavalcare indenni il riparo dietro al quale ci troviamo e, acquattandoci dietro l’altro che corre a fianco delle isbe, strisciamo per una trentina di metri in avanti, da lì vedremo proprio se anche l’inferno si può attraversare. In genere il tascapane, pieno di bombe e cianfrusaglie varie, si porta a tracolla poggiato sul fianco sinistro e con la cinghia sulla spalla destra; in questo caso però è meglio invertire la regola, cioè la cinghia sulla spalla sinistra e il tascapane sul fianco destro. Perché? È più riparato dai proiettili che il nemico può spararci addosso da sinistra, anche se il riparo è costituito dal nostro corpo. D’altro canto se un solo colpo colpisce uno dei tre zainetti, con quel carico che portano, saltiamo in aria tutti e tre e non ci ritrova nemmeno l’arcangelo Gabriele. Misura protettiva di dubbia efficacia, ma meglio che niente; l’adottiamo e senza pensare al resto. No? Chi vivrà, vedrà!
   Da distesi a rannicchiati, poi, uno per volta, come molle, il volo al di là del muretto e, in una frazione di secondo, l’atterraggio non morbido che termina con una solenne spanciata da togliere il fiato in gola, lungo il riparo che corre di fianco alla prima isba di sinistra, cioè a noi più vicina.
   Che botta, gente, quella botta! Mi pareva di essere tornato fanciullo allorché, con tutti i ragazzi del paese, andavamo a fare il bagno, d’estate s’intende, non in piscina ma semplicemente nel fiume. A quei tempi la piscina era un lusso di pochi e un miraggio per molti. Però la natura, sempre provvida, veniva incontro non soltanto a un desiderio sportivo inappagato, ma anche ad una necessità vitale dell’uomo, giovane o adulto, vecchio escluso in quanto il piacere di tuffarsi nell’acqua era un desiderio irrefrenabile trasmesso dai genomi del codice genetico all’animale a due zampe che, com’è risaputo, nasce nel liquido amniotico. I fanciulli dei monti natali soddisfacevano bisogno e piacere al Macerone, ai Due Fiumi o al Pozzone. Il primo era un tratto del fiume Reno in cui la corrente dell’acqua, interrotta da una briglia di cemento armato, alta un paio di metri, formava una spumeggiante cascata e un gran pozzo profondo largo quanto il letto del fiume, una decina di metri. Dalla briglia un tuffo nel pozzo – meglio: una grossa spanciata che lasciava il ventre indolenzito per un pezzo -, poi una ventina di bracciate, più che nello stile degli atleti, a ranocchia e quindi, di nuovo, attraverso un ripido, corto sentiero tra sassi enormi, vetiche o vinci30 di nuovo sullo sbarramento. Altro tuffo con relativa spanciata che faceva volare l’acqua fin sulle rive, e così per ore. L’accappatoio non era stato ancora inventato; l’asciugamano non potevamo prenderlo da casa perché avrebbe svelato agli attenti genitori una fugace assenza pericolosa e non autorizzata. Provvedeva anche a questa necessità la natura: nei giorni sereni un po’ di sole asciugava in breve il corpo; con tempo nuvoloso ci pensava il vento che in quella gola, dove il fiume Reno scorreva, soffiava giorno e notte anche in periodi di bonaccia. I Due Fiumi, invece, era un piccolo laghetto formato dalla confluenza del torrente Limentra col Reno. In questa naturale piscina i tuffi erano resi possibili dopo una corsetta fatta sulla riva e a volo radente sull’acqua, in quanto non esistevano argini sopraelevati. Le panciate del Macerone erano poca cosa in confronto a quelle dei Due Fiumi: se le prime erano una sberla per il magro addome, le seconde davano la sensazione di ricevere sull’intero corpo, dalla faccia ai piedi, un solenne ceffone. Anche al Pozzone, sempre sul corso del fiume Reno, un profondo gorgo d’acqua che ristagnava ai piedi di un grosso muraglione semidiroccato davanti al terreno dei Nuzzi, poco largo, si potevano fare i tuffi; tuffi da principianti però e quindi da disdegnare e da non affidare alla storia per il fatto che gli allievi atleti, i piccoli cioè che affrontavano tale cimento, erano costretti a gettarsi nel pozzo dall’alto del muro, circa tre metri, in posizione eretta e con i piedi in basso per evitare eventuali botte alla testa in qualche sasso nascosto nell’acqua.
   Ecco perché il salto a pesce oltre il muretto e l’atterraggio sul lastrone ghiacciato mi richiamarono alla mente i tuffi nel Reno. Solo la botta, questa, era decisamente più rintronante. Nessun guasto però, nessuna rottura dopo l’atterraggio; molta neve in faccia e l’elmetto o di traverso o rincalcato sul capo, niente più. Un sommesso bisbiglio, alcune irriverenze in vernacolo toscano, un’esclamazione diseducata in dialetto milanese e la solita esclamazione rivolta alla coccia di santo Donato annunciano ai vicini che i tuffi si sono felicemente conclusi. E coi gomiti e le ginocchia lentamente si avanza senza peraltro essere stati adocchiati.
   Alla luce degli scoppi si vedono chiaramente gruppi di soldati russi affaccendati muoversi tra gli spiazzi delle isbe; s’intravedono anche le piazzole con le mitragliatrici che vomitano ininterrottamente fuoco sui nostri. Fiammelle guizzanti si accendono in continuazione nei dintorni dell’agglomerato e qualche maledetto razzo illuminante scoppia sopra e vicino al nostro riparo. Decisamente però i russi non ci hanno ancora visto, questo è certo. Forse ce la possiamo fare; ancora una decina di metri e poi i lanci. Le isbe sono a una ventina di metri da noi; le postazioni delle armi automatiche sono ubicate nelle aie delle case e ben difese da ripari circolari; gli uomini, appostati dappertutto, sparano in continuazione. Non importa alzarsi in piedi per effettuare i lanci; la distanza che ci separa dai russi è minima e anche in ginocchio riusciremo a farcela correndo meno rischi di rimanere secchi in caso di scoperta.
   Pronti? Via. Tre bombe Breda esplodono contemporaneamente nei pressi delle catapecchie e prima che le vampate si spengano altre tre sono in aria lanciate con tutta la forza che ancora ci resta. E poi altro lancio, altri scoppi simultanei, altre tre vivide fiammate e un vociare confuso, un andirivieni frettoloso senza direzione e un fuoco che resta acceso e diventa sempre più grande.
   L’isba più vicina ha preso fuoco, la paglia e lo sterco di cui è fatta alimentano in breve l’incendio; il sogno si avvera, è la fine di un incubo e siam certi che anche l’inferno si può attraversare. Aumenta la confusione tra i russi che ora sparano a destra a sinistra in avanti senza un unico, preciso bersaglio; ombre e figure distinte si muovono in ogni direzione sorprese e impaurite dal chiarore che aumenta sempre di più e le pone alla vista dei bersaglieri che ancora sono attestati dietro il muretto.
   Ci alziamo in piedi e le altre bombe lanciate scoppiano nel punto preciso dove la mente ha inteso inviarle. Anche la seconda isba ha preso fuoco e in un attimo è un grande falò; lo spiazzo dove i russi sono sistemati a difesa è ora illuminato a giorno. Si fanno più rade le raffiche delle mitragliatrici; anche le scariche dei parabellum e i ta-pum dei fucili a poco a poco diminuiscono d’intensità.
   All’improvviso un urlo alle nostre spalle copre il frastuono dintorno; un grido che spazza la steppa gelata e come una violenta sferzata di vento toglie a tutti la voglia di resistere: avanti, Savoia! Le fiamme sono diventate un unico rogo, i bersaglieri avanzano con le baionette tese in avanti, i russi si perdono nel buio poco distante, il Diciottesimo è partito all’assalto della piazzaforte di Meskov.
   Appoggiati al muretto assistiamo commossi e increduli alla urlante corsa dei nostri fratelli che travolgono le poche resistenze fra gli scheletri in fiamme delle isbe e puntano sulla chiesa. Molti bersaglieri del mio plotone si fermano presso di noi e ci abbracciano. Avanti ragazzi, non posiamo fermarci, altrimenti perdiamo il treno per l’ovest; bisogna raggiungere i reparti del battaglione che già combattono fra le case del grosso paese. La chiesa, dall’alto, muta e attonita ci guarda e forse ci aspetta.
   Si riparte e di corsa, ora che il traguardo è vicino, senza pesare le forze che ancora ci restano. Raggiungiamo la periferia e dintorno, tra casa e casa – meglio tra isba e isba – è tutto un inferno di fuoco, di piccole vampate grandi e piccole, di raffiche lunghe e brevi, di scoppi più grandi, di falò che all’improvviso si accendono e spargono vicino un freddo chiarore. L’avanzare è lento perché oltre la resistenza dei russi il terreno che ci conduce alla vetta della balka, alla chiesa, è in leggera salita.
   L’urlo dei bersaglieri che vanno all’assalto copre i gemiti dei feriti, le invocazioni dei morenti, tutto; non c’è spazio e tempo per il dolore, la misericordia, per atti umani o fraterni: uccidere o essere uccisi, ammazzare e non solo ferire. Vicino ad ogni corpo che si staglia sulla neve un grumo di sangue; un bersagliere che avanza e uno che cade, molti colpiti alla schiena dai russi nascosti nelle case e negli anfratti delle strade, isbe che s’incendiano quando si riesce a capire da dove il nemico ci tira al bersaglio. La cosa più tremenda non è quella di veder cadere un avversario colpito dall’arma che porti (non dice niente al cuore e alla mente ormai divenuti organi di bestie qualsiasi); è l’affondare il pugnale o la baionetta in un corpo che ti fa ancora rabbrividire.
   I razzi e gli incendi illuminano scene infernali, dantesche. La canna del mio mitra è rovente; ogni raffica apre un pezzo di strada che poco dopo si richiude per altri che seguono. Una bomba di mortaio scoppia a pochi passi da noi e fa il vuoto dintorno; da un’isba mezza diroccata un parabellum ci coglie di sorpresa e di fronte. Due bersaglieri che mi sono al fianco cadono a terra con un roco grido, un terzo, colpito alle gambe, si rotola lungo il pendio. Tutti i proiettili del quarto caricatore rimastomi li indirizzo, in una sola raffica, contro quell’avanzo di casa. Poi, con un calcio spalanco la porta, entro nel vano e sparo su tutto ciò che si muove o intravedo nel tenue chiarore.
   Esco, chiamo Aleci ma non sento risposte; corro per alcuni metri sul pendio, urlo con quanto fiato ancora mi rimane il nome del mio attendente, ma non sento risposta.
   Anche Cappellaro, che stava entrando nell’isba di fianco per snidare alcuni tiratori appostati, non mi risponde.
   Tutti avanzano in ordine sparso facendosi strada a colpi di fucile o con le bombe a mano puntando sulla chiesa che ormai si staglia vicina. Un bersagliere mi chiede se ho un caricatore da dargli per il suo moschetto vuoto.
   “Non ne ho, amico; mi sono rimasti due soli caricatori per il mitra ma posso darti la rivoltella; ci sono sette colpi soltanto, usali bene!”
   “Grazie, signor tenente, una volta finiti mi resta la baionetta e quella son certo che mi basterà fino alla chiesa ed oltre”.
   Istintivamente mi tocco la schiena e sento che il pugnale che porto giorno e notte con me è sempre al suo posto; meglio così perché fra poco potrebbe servirmi.
   I bersaglieri urlando avanzano ancora sulla salita che ora si è fatta più ripida e che termina sul grande spiazzo antistante la chiesa; molti sono ormai giunti alle ultime case; altri sono fermi dietro qualche riparo o perché feriti o per riprendere un poco di fiato per l’ultimo balzo finale. Dietro l’angolo di un’isba alcuni russi sparano sui nostri come al tiro al bersaglio; li ho visti chiaramente alla luce di uno scoppio di una bomba. Aggiro strisciando la casa, li vedo e una raffica di mitra riporta il silenzio dintorno.
   “Grazie, signor tenente”, è la flebile voce di un bersagliere caduto, morente, e non è solo; altri tre sono a terra presso di lui ma non possono più dire niente.
   Ci hanno beccati come delle reclute da quella maledetta casetta; ora però posso riposare contento perché anche loro sono stati ripagati in egual modo. La faccia del bersagliere è una maschera di sangue; dalla bocca gli esce un rivolo di bava rossastra che ad ogni parola emessa sembra gorgogliare; probabilmente un proiettile gli ha attraversato un polmone. Con un ginocchio a terra mi chino sul ferito e gli chiedo a che reparto appartiene. A stento, con le mani, mi fa capire che è del Venticinquesimo e con un rantolo aggiunge:
   “Del Terzo”.
   “Coraggio, amico, fra poco anche noi verremo con te e ci riposeremo lassù, in alto, nel cielo dove troveremo il sereno, il tepore, la pace”.
   Le ultime parole però deve averle udite soltanto il gelido vento del nord che sibila dintorno e tenta, invano, con le sue folate rabbiose di spazzare gli orrori, le bestialità, i dolori di questa stramaledetta guerra feroce. Infilo nel serbatoio del mitra l’ultimo caricatore rimastomi e riprendo a salire urlando ogni tanto i nomi di Aleci e di Cappellaro, ma invano. Ancora una decina di metri e poi anch’io sono sullo spiazzo di fronte alla chiesa dove decine e decine di bersaglieri corrono urlando per andare oltre.
   D’improvviso, su quel vasto raduro che stiamo attraversando, s’abbatte un diluvio di fuoco di armi automatiche e di grossi mortai. La stessa chiesa si è trasformata in un immenso altare dove si accendono e si moltiplicano fiammelle di ceri, candele, luminarie e [così] in ogni dove dell’edificio e delle isbe attorno. Tutto il fuoco dei difensori russi si è concentrato su quel breve tratto di fronte; in siffatta situazione e senza più munizioni è assurdo continuare ad avanzare e morire.
   Una voce passa da reparto a reparto e raggiunge i bersaglieri che già si trovano sulla piana della balka e quelli che stanno sopraggiungendo:
   “Ripiegare alla base”.
   Scendiamo il pendio dell’agglomerato che così faticosamente eravamo riusciti a salire e ci dirigiamo verso la periferia e la steppa dalla quale eravamo partiti all’attacco. Morti e morti rigidi all’intorno; lamenti e invocazioni di aiuto di feriti; gemiti e rantoli di morenti ci accompagnano; sporadiche raffiche di mitra, radi colpi di fucile e di qualche mortaio che ancora possiede munizioni ci salutano.
   Ritto, immobile, col bastone puntato verso Meskov il colonnello assiste muto al ritorno dei bersaglieri che si trascinano stremati verso il punto di raccolta. Il suo viso, la sua persona non hanno un minimo sussulto anche quando una grossa bomba di mortaio gli scoppia vicino. Sparisce alla vista dopo la vampata e lo scoppio del proiettile poi, di nuovo, riappare nella stessa posizione di prima. Sembra uno sperone di roccia che né tempeste, né uragani riescono ad abbattere. Chi l’ha conosciuto, sa bene che non temeva nemmeno la morte ed amava il 3° Bersaglieri molto più di se stesso. Forse il Signore lo protegge; speriamo lo salvaguardi ancora perché proprio in questi terribili frangenti maggiormente abbiamo bisogno di Lui.
   Tutti cercano munizioni; quelle che vengono distribuite sono state in parte raccolte e racimolate da feriti o morti, che sono tanti. Da lontano giungono distinti il rumore di autocarri e lo sferragliare dei carri armati che si dirigono in direzione delle balke di Miklin. Forse sono i rinforzi che i difensori di Meskov, anch’essi duramente provati e stremati, stanno aspettando. Noi invece non speriamo in aiuto alcuno; siamo soli con la stanchezza tremenda che ci opprime, col freddo glaciale che ci intorpidisce le membra e il corpo, con la sola speranza che ancora non muore. Se il nemico ci sorprende su questa landa brulla e ghiacciata, indifesi, senza cibo e munizioni, senza pezzi anticarro, senza niente di niente, fa una strage di noi. Tutti sono consapevoli che è necessario raggiungere la chiesa di Meskov e andare oltre, oppure sistemarci a difesa sulla cima di quella modesta balka che è pur sempre un’altura sopraelevata difendibile, oltre che un sicuro riparo contro il gelo e sperare così in qualcosa per l’incerto domani. Restare nella steppa all’addiaccio e in queste condizioni significa sicuramente morire; di freddo o con una pallottola poco importa, è sempre un morire sicuro.
   Con la stanchezza che ci annienta, con la temperatura polare che ci paralizza le membra, coi carri armati che da un momento all’altro possono scendere dalle balke vicine, restare dove siamo è soltanto un suicidio collettivo. I bersaglieri si stanno riunendo nei vari reparti di appartenenza, purtroppo decimati nell’assalto. Breve, meritato riposo per riprendere fiato e un poco di forza. Il fuoco di sbarramento dei russi è ora debole e sporadico; alcuni colpi di mortaio e di artiglieria scoppiano qua e là senza far troppi danni.
   Rapporto ufficiali. Viene deciso un secondo attacco alle posizioni difensive dei russi. Ufficiali e bersaglieri son tutti d’accordo con questa decisione; unica, logica decisione per uscire dalla critica situazione in cui ci troviamo. Il colonnello, col bastone puntato verso la chiesa, muove, com’è solito fare, per primo verso la periferia del paese; i bersaglieri, concentrati ora su un limitato settore, lo seguono con il solito impegno, lo stesso coraggio, l’immutata speranza di passare oltre il cerchio.
   Sotto un debole fuoco di sbarramento si arriva presto alla periferia di Meskov da dove ha inizio l’attacco. Non mi sono vicini, in questa occasione, né Aleci e Cappellaro, né Sozzi e Birelli; quanti amici mancano all’appello! Mi si stringe il cuore ma il loro ricordo mi sprona, m’infonde forza e coraggio, trasudo di rabbia. Avanti, Savoia!
   La resistenza dei russi sul pendio e tra le case è modesta; parecchi bersaglieri raggiungono in breve le vicinanze dello spiazzo antistante la chiesa e qui la reazione del nemico è violenta. Si spara da ogni parte e da ogni direzione, ma restano ancora una cinquantina di metri da percorrere e poi è fatta. Signore, dacci ancora una volta una mano, ne abbiamo bisogno. Innesto nel mitra l’ultimo caricatore e di corsa supero il breve spazio in salita che mi separa dalla piazza antistante la chiesa, seguito da molti bersaglieri del mio plotone.
   “Avanti, all’assalto”, e poi all’improvviso un lampo rossastro mi acceca e uno scoppio assordante, seguito da una trafitta alla mano sinistra che sorregge l’arma puntata in avanti, mi scaraventano con un tonfo all’indietro, come se fossi stato colpito da un tremendo ceffone di vento.
   Non ricordo quanto tempo è trascorso da quella rovinosa caduta; ricordo soltanto che ad un tratto la guancia poggiata sulla neve gelata mi risveglia da quell’improvviso torpore. La testa mi ronza come un alveare arrabbiato; sulla schiena mi sembra si siano abbattuti nodosi bastoni, la mano mi duole e la sento calda come se l’avessi immersa in una bacinella di acqua tiepida. Odo nelle vicinanze un vociare confuso e sommesso, ma il linguaggio non è quello del mio paese. La bianca pianura davanti alla chiesa è deserta e costellata da informi figure immobili; rauchi e flebili lamenti s’odono qua e là; rade fiammelle s’accendono lungo il pendio che porta alla periferia del paese; brevi raffiche e colpi isolati s’odono nel buio rischiarato in vari punti da isbe che bruciano.
   L’attacco dei bersaglieri è certamente fallito. Mi alzo indolenzito e guardingo, raccolgo il mio mitra e discendo, a saltelli e zigzagando tra l’abitato, il declivio che porta alla steppa evitando i falò che spandono attorno una vivida luce, un pericoloso chiarore mortale. Molte altre ombre di figure ben note si dirigono verso la nostra base di partenza; sono bersaglieri che ripiegano. Sulla mia destra, da una piccola valletta defilata alla vista e circondata da alcune catapecchie e qualche betulla, s’alza improvvisa una voce ingrandita da un altoparlante a tutto volume che con un tono metallico e gelido, irritante ripete in un italiano stracciato la solita frase prescritta:
   “Soldati italiani, fratelli arrendetevi; i russi vi tratteranno benissimo e vi rimanderanno molto presto in Italia; fratelli arrendetevi”.
   Nel mitra c’è ancora un caricatore, ma non ricordo se è vuoto o pieno. Mi avvicino ad una ventina di metri da quel covo dove par prenda vita quella voce di fratelli, forse bastardi, e faccio partire un colpo. Ci sono ancora munizioni nel serbatoio e il dito che si è ritirato dal grilletto lo preme di nuovo e con forza e fa partire una scarica lunga, ininterrotta, lanciata nel buio verso quella sinistra voce che parla italiano ma sa tanto di russo. Poi correndo e arrancando raggiungo presto la base dove i resti del Terzo stanno riunendosi.
   Il tappeto bianco alle spalle è cosparso di morti, morenti, feriti che invocano aiuto e conforto. Nessuno può far niente per loro, nessuno. Molti bersaglieri sono seduti, altri sdraiati, diversi in piedi. Nel gruppo centrale intravedo la figura del colonnello e sento la sua voce ben nota che parla ai vicini e ai lontani:
   “Bersaglieri del Terzo, non abbiamo più munizioni per combattere, siamo stremati dalla stanchezza, intorpiditi dal gelo, senza un riparo e niente per fermare i T-34 che all’alba scenderanno dalle balke vicine per finirci. Ascoltate, fanti piumati: fermarsi in questo bianco deserto vuol dire morire di freddo; aspettare in queste condizioni l’alba significa morire ugualmente per mano dei russi. Voi tutti, soldati e ufficiali, anche nella sconfitta siete stati degni del Terzo”.
   E preso sotto braccio l’aiutante di campo, col bastone puntato a nord-est urla perchè tutti lo possano intendere:
   “Ritiriamoci a Konovalov, le isbe del paese ci offriranno almeno per qualche ora tepore e riposo, allevieranno in parte la tremenda stanchezza che tutti ci opprime e fors’anche ci daranno un poco di pace. Bersaglieri, attenti. Un minuto di silenzio per i nostri morti, un addio ai fratelli caduti nella steppa gelata, onore per tutti”.
   E s’avvia, con passo lento e ancora deciso, per la strada che porta a Kalmikov-Konovalov, seguito dai resti del reggimento e dai sopravvissuti ai due assalti alla piazzaforte di Meskov. Molti di noi si trascinano dietro dei compagni leggermente feriti e l’incedere sulla pista è duro come il salire verso la chiesa. Dall’alto della balka un ultimo sguardo alla bianca distesa che lasciamo alle spalle; un fraterno pensiero ai tanti fratelli rimasti e, affranti, col respiro affannoso e il dolore nel cuore, via di nuovo arrancando tra la neve e il gelo di quella pista ghiacciata, sferzata, spazzata dal gelido vento del nord che ghignando ci segue.

   Le tiepide isbe di Kalmikov-Konovalov ci offrono un umano riparo. In ogni angolo e sul pavimento, dove ciascuno di noi arriva, ci accasciamo, ci sdraiamo non chiedendo al Signore e agli altri nient’altro che un po’ di riposo, e un’ora di sonno.

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